Tradizione

I fuochi di San Giuseppe sono un’antica tradizione culturale della comunità titese che si perpetua la sera del 18 marzo nei quartieri della città. Nati come rito propiziatorio per salutare l’arrivo della primavera e sperare in un fruttuoso raccolto, nel corso degli anni i falò sono diventati un momento di aggregazione sociale che coinvolge gli abitanti di uno specifico quartiere nelle varie fasi di preparazione. Gli uomini e i ragazzi si dedicano alla raccolta d’ li sc’procchi e alla realizzazione della castellana, mentre le donne sono impegnate nella preparazione dei piatti tradizionali. Musiche tradizionali e balli fanno da contorno a una serata spontaneamente organizzata dalla comunità.

disegno sprocchiGià dal mese di febbraio cominciava la raccolta delle fascine, li sc’procchi. Per la vigilia di San Giuseppe, il 18 marzo, bisognava raccoglierne il più possibile perché era forte la rivalità tra i v’sc’nanzi che competevano per allestire il fuoco più grande. La potatura degli alberi e delle viti era da poco cominciata e i rami giacevano nei poderi, pronti per la raccolta che avveniva con o senza il permesso dei proprietari poiché il fuoco, secondo la leggenda, serviva per asciugare i fasciatori di Gesù bambino. Al ritorno da scuola si mangiava in fretta, poi di corsa fuori con gli altri coetanei per decidere in quale zona di campagna recarsi, quindi ci si incamminava armati di spago ed entusiasmo. Si raccoglieva di tutto. I rami più fastidiosi da legare erano quelli di ulivo. I tralci di vite, generalmente sal’ment’, erano già stati legati in fasci dai proprietari perché venivano utilizzati quotidianamente per accendere il focolare. Non resistevamo alla tentazione di sottrarne qualcuno. Il proprietario inizialmente si arrabbiava, poi faceva buon viso a cattivo gioco: a questi furtarelli non seguì mai nessuna conseguenza. Tra gli sc’procchi molto ricercate erano le ginestre, anche se era faticoso reperirle perché crescevano nelle zone più impervie e occorreva una roncola per tagliarle; ma un fascio di queste, gettato sul falò, avrebbe fatto innalzare improvvisamente le fiamme, fra un rumoroso crepitio, creando un effetto spettacolare.

Finalmente il 18 marzo arrivava e noi ragazzi eravamo molto eccitati. Dal primo pomeriggio si cominciava a girare casa per casa a chiedere una legna per allestire la castellana. Tutto il vicinato concorreva ai preparativi, contento di perpetuare l’antica tradizione. Appena giunta la sera, finalmente i falò venivano accesi. Dai vari v’sc’nanzi giungevano i bagliori delle fiamme e un acre odore di fumo; da la Caffarelli, da sov’ lu Castieddu, da sov’ lu Cummendu, da sott’ d’orti, da la Fundaniedda, da sov’ la Chiesa, da sov’ la Toppa, da sov’ li Ferri, da li Calangoni, da mbè d’ la terra, da mbè d’ lu Borgu, da lu Paschieru. Da ognuno, insieme alle miriadi di faville che salivano verso il cielo, si legavano le grida gioiose di grandi e piccoli che facevano la crocchia intorno ai falò.

Quando le patate, messe a cuocere sotto la cenere, erano cotte, cominciava a girare la fiaschetta di vino e l’organetto cominciava a suonare, accompagnato da canti e stornelli. Si continuava finché non c’era nient’altro da bruciare, per cui la festa si trascinava anche fino alle ore piccole. Al mattino seguente restavano enormi mucchi di cenere fumanti sotto cui covava ancora la brace. Le donne vi riempivano i bracieri che utilizzavano in casa, tanto ormai i fasciatori s’ier’n’ asciuttà.

Giannino Coronato